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Parole e profezie sturziane

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Breve profilo biografico

Sempre obbediente alla Chiesa e al servizio del bene comune

Il 3 maggio 2002 il Tribunale Diocesano del Vicariato di Roma ha aperto il processo di beatificazione e canonizzazione di Don Luigi Surzo. Pubblichiamo il discorso del Card. Camillo Ruini, Presidente del Tribunale.

Il nome di Don Luigi Sturzo, non certo da oggi, ha valicato i confini d'Italia e dello stesso continente europeo. Si studia il suo pensiero nelle università, si celebrano convegni locali, nazionali ed internazionali per approfondire la dottrina, della quale si ammirano l'universalità e l'attualità.

L'arco della sua vita porta chiara l'impronta di tutte le vicende storiche che, apertesi l'anno prima della sua nascita con la breccia di Porta Pia e l'occupazione di Roma nel 1870, si sono poi susseguite con la questione romana, la questione operaia, il movimento della democrazia cristiana, l'opera dei congressi, il modernismo, la prima guerra mondiale, l'abolizione del "non-expedit", la costituzione del partito popolare italiano e l'ingresso dei cattolici nella politica attiva dell'Italia senza coivolgere la responsabilità della Chiesa, l'avvento del fascismo, la guerra d'Etiopia, la guerra civile di Spagna, la seconda guerra mondiale, la caduta della monarchia in Italia e l'avvento della repubblica italiana.

Sono questi i contorni temporali della vita e dell'opera di Don Luigi Sturzo che acquistano particolare significato per una vita di santità, come si comprende dalle parole pronunziate dal Santo Padre Giovanni Paolo II in occasione della beatificazione dei Pontefici Pio IX e Giovanni XXIII: "La santità vive nella storia e ogni santo non è sottratto ai limiti e condizionamenti propri della nostra umanità. Beatificando un suo figlio della Chiesa non celebra particolari opzioni storiche da lui compiute, ma piuttosto lo addita all'imitazione e alla venerazione per le sue virtù, a lode della grazia divina che in esse risplende".

Di Don Sturzo si è parlato molto e se ne parla ancora come letterato, filosofo, sociologo e, soprattutto, come politico ed è quest'ultimo l'attributo ancora oggi dominante, malgrado la sua veste sacerdotale. Eppure, se ha lasciato correre i primi tre attributi di letterato, filosofo e sociologo, Don Sturzo ha contestato espressamente proprio l'ultimo, quello di politico, col dire: "io sono un sacerdote, non un politico".

Proprio perché sacerdote, piuttosto, egli ha considerato suo dovere esercitare il suo ministero sacerdotale in un campo diverso da quelli intesi comunemente, ma non meno importante, ossia nel campo della politica per ricondurla alla sua finalità naturale di carità, di servizio, onde, piuttosto, gli compete il titolo di apostolo della politica, intesa appunto come carità ed azione apostolica. Di questo apostolato, per quanto difficile, c'era davvero bisogno ed il Signore fece comprendere chiara a Don Sturzo la sua chiamata.

Nato a Caltagirone (Catania) il 26 novembre 1971 da piissimi genitori, di condizione benestante ed insigniti per parte paterna del titolo di "barone", educato alla pietà ed alla disciplina, ed avviato al sacerdozio dal fratello maggiore Mario, già sacerdote e poi vescovo di Piazza Armerina, Luigi Sturzo ricevette l'ordinazione sacerdotale a caltagirone il 19 maggio 1894, continuando poi l'insegnamento di lettere e filosofia nel suo seminario di Caltagirone, a cui aveva dato inizio già l'anno prima, e cominciando già da allora il suo apostolato sacerdotale con varie attività a favore dei giovani, col ministero delle confessioni soprattutto presso gli istituti religiosi femminili ed altri incarichi ricevuti sia dal suo Ordinario diocesano di Caltagirone, sia anche, in seguito, da quello di Catania, dove intanto era stato eletto consigliere provinciale.

Ma è proprio qui, a Roma, dove poi si era recato per il perfezionamento dei suoi studi teologici e giuridici, che, oltre a quanto aveva già conosciuto dello stato degli umili operai della sua stessa terra natale, egli ebbe a constatare la miseria estrema anche della gente di Trastevere durante la benedizione delle case nel sabato santo del 1895.

Di questa esperienza trasteverina, scrisse poi lo stesso Don Sturzo: "Per più giorni mi sentii ammalato ed incapace di prendere cibo". Il Signore gli fece comprendere così che il campo del suo ministero sacerdotale era ben altro. Eccolo dunque, lasciata ogni altra attività, volgersi ed impegnarsi tutto per ben 21 anni, dai suoi 28 ai 49 anni, nel periodo centrale della sua vita, all'attuazione dei principi della dottrina sociale ed economica della Chiesa sulla base dell'Enciclica "Rerum novarum" di Leone XIII. Si rivolse dapprima alle attività sociali e amministrative della sua stessa Caltagirone, dove con la dispensa esplicita del Santo Pontefice Pio X, da lui stesso richiesta, fu Pro-sindaco per ben quindici anni, conducendo anche una forte battaglia contro la visione del Comune come feudo degli interessi privati più forti e apportandovi notevoli progressi.
Fece parte anche del Consiglio provinciale di Catania.
Nei suoi discorsi, nei suoi scritti sulla concezione e amministrazione del Comune e degli enti locali, che applicò appieno in tutto il periodo della sua sindacatura, Don Sturzo rivelò fin dall'inizio una straordinaria compedenza giuridica, istituzionale ed economica.

Alla base del suo pensiero politico, umanistico e cristiano vi è una espressione valida per chiunque si ponga al servizio della cosa pubblica: "La politica è carità, ossia esigenza d'amore e di servizio del prossimo, è la ricerca ed attuazione del bene comune nell'ordine temporale, ma anche in rapporto al bene spirituale, alla vera vita, quella soprannaturale. pertanto, la politica non è separata e tanto meno esente dalla morale. La politica è un dovere civico, un atto di carità verso il prossimo".

E' la nota dominante già il suo primo Appello "ai liberi e forti" nella fondazione del Partito popolare italiano, per il quale non ha voluto impegnare la responsabilità della Chiesa ma soltanto quella dei cattolici italiani. Poi, in perfetta sintonia con quella che è stata la dottrina sociale della Chiesa da Pio XI al Concilio Vaticano II, a Paolo VI, a Giovanni paolo II, come cerchi concentrici, egli si allarga e si diffonde in tutti i suoi numerosi scritti, siano essi di contenuto politico, sociale, economico, giuridico, come pure nel suo carteggio, intendendo egli la politica - com'è stato opportunamente notato - soprattutto "come la realizzazione sociale di un ordine interiore; prima l'interiorità dell'idea forza, poi l'esteriorità delle realizzazioni".

Il segreto di questa forza, è non tanto nella coerenza delle sue idee e nella incisività del suo carattere quanto piuttosto nella profondità della sua vita interiore. Per questo Don Sturzo ha combattuto instancabilmente anche contro i nemici di questa carità, per questo si è battuto sempre per la moralizzazione della vita pubblica, fino alla morte sopraggiunta in Roma nel 1959, dopo essere rientrato in Italia nel 1946, da un esilio durato ben 22 anni ed iniziato alla non più giovane età di 53 anni.

E' la battaglia che, sotto diversi profili, ha condotto anche al senato, dopo la sua nomina a Senatore a vita voluta dal Presidente della Repubblica Luigi Einaudi, da lui accettata solo dopo che, atteso il divieto contenuto nel Codice di diritto canonico allora vigente, gli fu concessa la dispensa esplicita da parte del Sommo Pontefice Pio XII (il documento originale si trova ora nella Biblioteca Vaticana) e del suo stesso ordinario diocesano.

Don Sturzo è stato il vero "uomo di Dio", che ha ordinato tutto questo genere di attività alla salvezza delle anime e, attraverso questa, alla salvezza della sua stessa anima, onde specialmente nel suo ultimo anno di vita, a chi, quando alla sera si recava dal venerato Maestro per l'incontro quotidiano, trovandolo spesso stanco e affaticato, l'invitava a ridurre il tempo della conversazione, egli rispondeva: "Non sono stanco, perché grande è il mio desiderio di operare per la salvezza delle anime ed accumulare meriti per guadagnarmi il Paradiso". [...]. Al centro di ogni sua preoccupazione - hanno confidato alcuni tra i suoi più stretti collaboratori - era sempre la Chiesa e naturalmente erano la salvezza delle anime, il buon ordine sociale, il giusto ordine internazionale ed il corretto uso del potere politico al servizio della verità e dei più deboli. [...]. Furono due le sue più grandi preoccupazioni: l'obbedienza assoluta alla Chiesa e il suo servizio siano al sacrificio per la salvezza delle anime.

Già pieno di anni, Don Sturzo non ha dubitato a dire di se stesso: "A guardare un passato che non torna, posso ben dire di aver servito con rettitudine e ardore una causa non indegna di un sacerdote cattolico, quando all'amore e al servizio per la patria ho unito quell'ideale cristiano e umano per la pace, della elevazione dei lavoratori nella collaborazione tra le classi, delle libertà politiche quali garanzie di bene e di progresso, della ricerca della verità negli studi storici e sociologici, della difesa dei diritti della persona umana di fronte ad uno statalismo che invade anche il campo sacro della coscienza e della religione". Proprio perché sacerdote, poi, ha voluto che sulla tomba insieme alla data di nascita e di morte si apponesse anche quella della sua ordinazione sacerdotale. Nel suo testamento ha scritto: "Riconosco le difficoltà di mantenere intatta da umane passioni la vita sacerdotale, e Dio sa quanto mi sono state amare le esperienze pratiche di 60 anni di tale vita; ma l'ho offerta a Dio e tutto ho indirizzato alla Sua gloria e tutto ho cercato di adempiere al servizio della verità. Difetti, colpe, miserie mi siano perdonati dagli uomini, come sono sicuro che mi sono stati e mi saranno perdonati da Dio per meriti di Gesù Cristo ed intercessione della Vergine Maria, che sempre invoco ora e nell'ora della mia morte e così sia".

Ma, come ebbe a dire di lui il beato papa Giovanni XXIII, secondo quanto ha scritto Mons. Loris Capovilla, già segretario particolare di quel Pontefice: "Don Luigi Sturzo non ha nulla da rimproverarsi. Altri dovrebbero chiedere perono a lui. La chiesa lo ringrazia per l'esempio di preclare virtù sacerdotali, l'onore resole con i suoi studi, le sue pubblicazioni, la sua generosa ed eroica accettazione dell'esilio e soprattutto di aver sempre lottato con amore e perdonato evangelicamente".
Ed il Santo padre Giovanni Paolo II, in occasione della visita ad limina dei Vescovi della regione Sicilia nel 1981, raccomandando ai seminaristi, ai sacerdoti ed ai religiosi che percepissero, nel loro insostituibile ministero, "le ansie, le esigenze", del loro popolo, aggiungeva: "la vita, l'insegnamento e l'esempio di Don Luigi Sturzo, - il quale, nella piena fedeltà al suo carisma sacerdotale, seppe infondere non solo nei Siciliani ma nei cattolici italiani il senso del diritto-dovere della partecipazione alla vita politica e sociale alla luce dell'insegnamento della Chiesa - siano presenti ed ispirino il loro apostolato di evangelizzazione e di promozione umana".

 


 


Le Profezie

Le Profezie di Don Sturzo

 

  • Per arrivare all'ideale di "one world" bisogna passare per lo stadio di "two worlds", come per arrivare all'attuale stadio di "two worlds" si è passati per lo stadio degli stati nazionali; come per arrivare agli stati nazionali si passò per le monarchie e i principati locali, le città libere, i piccoli ducati e marchesati, nei quali era diviso il mondo del medio evo e della rinascenza fino alle rivoluzioni americana e francese.
    Il dinamismo dell'organizzazione politica del mondo non può essere fermato a volontà; esso è insito al moto interno della sociabilità umana. e si svolge secondo il grado di civiltà e i mezzi normali, alterando i costumi, le leggi e la forza.
    Sta agli uomini civili dare la preponderanza alla ragione più che all'istinto, e superare la fiducia cieca che si ha nella forza accettando il responso della legge morale.
    "One world" è oggi un bel sogno che è realizzabile solo in un lontano domani; bisogna avervi fede, in quanto grande ideale, che solo potrà realizzarsi se gli attuali componenti del futuro "one world" abbiano anche la medesima fede nei valori morali della società (che sono effettivamente valori cristiani) e nella preminenza della giustizia sulla utilità e della legge sulla forza. Solo così sarà evitata una prossima e lontana terza guerra mondiale.

    Aprile 1948
  • Purtroppo, da parte dell'impresa libera non si è avuta una chiara concezione dell'apporto etico della scuola cattolico-sociale, della importanza dell'insegnamento papale che spinge il capitalista a cercare la collaborazione di classe insieme alla integrazione delle esigenze dell'altra parte.
    Il cammino verso la completa intesa dei fattori della produzione è assai difficile. Oggi si punta troppo sul gioco di forze antagoniste e sopra un interventismo statale che tende a dare in mano alle burocrazie l'economia del paese. Tutto ciò è contrario sia allo spirito cristiano che agli interessi nazionali, e rende più costosa e meno efficiente l'elevazione del lavoratore.
    Quanto vo scrivendo potrà suonare incomprensibile a certi sindacalisti di oggi che, sotto la pressione delle masse attratte dalla demagogia comunista, vorrebbero bruciare le tappe e conseguire subito e stabilmente un benessere che né le condizioni internazionali nè quelle speciali del nostro paese possono consentire; mentre d'altra parte, cercando di eliminare dalla vita economica tutti i rischi e tutti i dislivelli, essi tendono inconsciamente a sopprimere quella responsabilità personale, che è il presupposto dei diritti e dei doveri dei componenti una vera comunità civile e cristiana.

    Il Mattino, 12 maggio 1951
  • Gli industriali del nord si debbono persuadere che senza un mezzogiorno industrializzato, sia pure gradualmente e con industrie adatte alle economie locali e ai mercati specifici, l'Italia non potrà risorgere e mettersi in sesto. I meridionalisti dall'altro lato, e tutti i meridionali coscienti debbono comprendere che è loro interesse organizzarsi, mettere fuori i capitali (tenuti al sicuro nelle banche e investiti nei buoni del tesoro), prendere iniziative e assumere le responsabilità.
    Deve essere di regola che il ricorso al governo va fatto per integrare e consolidare l'iniziativa privata, non per surrogarla e soppiantarla, come si fa oggi in certi settori.

    Il Globo, 25 maggio 1951
     
  • "E' stata, in questo dopoguerra, una jattura per la nostra Patria che Parlamento e Governo, i soli organi statali responsabili di fronte alla nazione, abbiano permesso non solo l'ingerenza irresponsabile dei partiti e dei sindacati nelle delicate funzioni del potere legislativo; ma anche tollerato quel continuo prevalere che costituisce una vera partitocrazia, e in molti casi anche una sindacatocrazia".

    Il Giornale d'Italia - 20 ottobre 1956 
  • "Nenni non si immagina affatto - come molti altri socialisti di tutte le denominazioni, compresi certi cosiddetti "cristiano-sociali" e "basisti" della D.C. - che ogni nuova socializzazione, ogni forma di dirigismo, ogni iniziativa di interventismo statale nel campo dell'economia, porta una o più o meno sensibile svalutazione monetaria".

    Il Giornale d'Italia - 14 novembre 1956 

  • "I socialisti unificati, invece di seguire la politica saggia della libertà economica, ripeteranno quel che hanno promesso: socializzazione, pianificazione, lotta contro il capitalismo privato passandolo allo stato o a nuovi enti del tipo dell'IRI o dell'ENI o del Poligrafico; credendo, per ignoranza o per infatuazione, che lo Stato diventerà un nuovo re Mida capace di convertire in oro tutto quel che tocca. Al contrario quanto lo stato (socialista o no) avrà sottratto all'attività privata, sarà convertito in carta straccia".

    Il Giornale d'Italia - 14 novembre 1956 

  • "Il futuro Ministero delle Partecipazioni Statali sarà una manna inaspettata per il nido dei socializzatori. L'IRI, l'ENI, la RAI, l'IMI sono cittadelle da conquistare; non pochi dirigenti politici rivedono gli obiettivi, e intanto corrono per le bocche degli iniziati liste di nomi di futuri amministratori, direttori, gestori e così via".

    Il Giornale d'Italia - 2 dicembre 1956 

  • "La missione del cattolico in ogni attività umana, politica, economica, scientifica, artistica, tecnica è tutta impregnata di ideali superiori, perché in tutto vi si riflette il divino. Se questo senso del divino manca, tutto si deturpa: la politica diviene mezzo di arricchimento, l'economia arriva al furto e alla truffa, la scienza si applica ai forni di Dachau, la filosofia al materialismo e al marzismo; l'arte decade nel meretricio".

    Il Popolo - 16 dicembre 1956 

  • "La Democrazia Cristiana di oggi si è posta, in quanto partito, il problema dell'unità politica dei cattolici. Ma così essa è diventata debitrice dell'Azione Cattolica. Con questa premessa ha dovuto accettare di essere non un partito, ma un coacervo di partiti: c'è la consorteria di Fanfani, quella di Enrico Mattei, quella della Base, ecc. Con queste consorterie mi stanno rovinando anche il Mezzogiorno. Per combattere il comunismo di Mosca è stata creata la Democrazia Cristiana con la premessa dell'unità dei cattolici, che è quella che vediamo oggi. Il Partito Popolare non si fece né fu concepito con questi presupposti. Pazienza, non mi hanno letto, non mi leggono né mi leggeranno! Mito dello stato collettivo, mito del proletariato innocente, portatore della verità, mito del benessere a basso prezzo; sono tutte bende, tutte bende pesanti: quando cadranno sarà un tonfo!"

    In G. De Rosa, "Sturzo mi disse", p. 60 - 22 maggio 1957 

  • "Il comunismo è uno di quei miraggi che non si possono realizzare e non si realizzeranno mai, neppure se attuato con la violenza e mantenuto con la forza. Il socialismo di Stato, che ne è una fase precedente, suppone la soppressione della classe padronale il cui posto verrebbe preso dallo Stato. I tentativi infine di uno stadio di transizione quale quello di una socialdemocrazia o socialismo democratico che lasci coesistere l'iniziativa privata con le socializzazioni di uno Stato (le più notevoli sono quelle inglese e italiana), non servono ad altro che a creare squilibri e discrasie, con danno non solo dell'economia nel senso più largo della parola, ma anche dell'efficienza politica dello Stato".

    Il Giornale d'Italia - 23 ottobre 1957 



    ......La moneta? Vada pure al diavolo. La crisi delle borse? Affari da borghesi. La produzione diminuisce e aumenta il costo della manodopera? Tanto peggio, tanto meglio. La scelta che si impone a tutti i Paesi civili è oggi fra economia di mercato con tutti gli inconvenienti che comporta ed economia statalizzata con i suoi deleteri effetti. Andate a Berlino per vedere la differenza fra le due economie: Berlino Ovest, mercato libero e prosperità; Berlino Est, socialismo, comunismo e miseria; si potrebbe dire "comunità e socialità della miseria".


    Il Giornale d'Italia - 23 gennaio 1959 
  • "La stessa DC, che da anni detiene il potere statale da sola o con altri, non ha purificato il sangue infetto di un certo imprecisabile statalismo, forse per incapacità critica, forse per opportunismo, un opportunismo di corta veduta. Se le sinistre arrivassero al governo gli attuali responsabili della vita pubblica, DC e non DC, si accorgerebbero troppo tardi di avere essi stessi aperto la porta al nemico. L'ipotesi deve far tremare certi miei amici, forse statalisti per rassegnazione".

    Il Giornale d'Italia, 15 gennaio 1958
  • "Oggi, che può dirsi tassata anche l'aria che si respira, non ha importanza quale sia l'aumento fiscale; tutte le tasse si ripercuotono sui prezzi. Siano piccoli o grandi aumenti, dai francobolli ai telefoni; dalle linee tranviare alle ferrovie; dai materiali di fabbricazione alla mano d'opera; dal costo del denaro ai prodotti di mercato, si vedrà l'inutilità finale di tutti gli aumenti di tasse e stipendi che si lideranno, dando luogo, fra qualche tempo, a novelle richieste di aumenti salariali, nuovi scioperi, nuovi atti di forza della massa e nuovo cedimento del potere pubblico, e con diminuzione del potere di acquisto della nostra moneta.
  • "Certi giornali filo DC hanno accusato gli industriali di lasciare giacere il denaro invece di prendere iniziative produttive; è facile fare della demagogia, quando fin oggi la politica italiana filosocialista ha scoraggiato l'iniziativa privata. Non ripeto quello che scrissi nel mio articolo "Ridate fiducia". Vi è rapporto obbligato tra fiducia nell'avvenire e maggiore iniziativa; tra libertà economica e maggiore iniziativa; tra fiscalità e maggiore iniziativa; certe regole non possono essere violate impunemente".

    Il Giornale d'Italia - 9 aprile 1959 

  • "....Guardate bene ai pericoli delle correnti organizzate in seno al partito; si comincia con le divisioni ideologiche; si passa alle divisioni personali; si finisce con la frantumazione del partito".

    Luigi Sturzo "L'appello dei senatori DC" - Il Giornale d'Italia - 21 luglio 1959 

  • "Ed ora la mafia diventerà più crudele e disumana, e dalla Sicilia risalirà l'intera Penisola per forse portarsi anche al di là delle Alpi".

    7 agosto 1959 

  • SIATE VOI STESSI!

    "Ho avuto sempre fiducia (e quindi speranza) nell'avvenire; un avvenire prossimo o remoto, che si realizzi me vivente o quando le mie ossa riposeranno in un cimitero, non importa; perché ho sentito la vita politica come un dovere e il dovere dice speranza. Io credo nella provvidenza divina. Sono certo che la mia voce, anche se spenta, rimarrà ammonitrice per la moralità e per la libertà nella vita politica: una voce contro lo statalismo, contro la demagogia, contro il marzismo. Spero che i cattolici riprendano coraggio, senza bisogno di mutuare dai socialisti idee sociali ed etiche delle quali questi ultimi ignorano il valore, senza bisogno di cercare a sinistra alleati infidi né a destra collaboratori malevoli; ma curando di essere se stessi, affrontando le difficoltà che la vita stessa impone e soprattutto correggendo certi errori del recente passato che ne hanno alterato la linea".

    Luigi Sturzo